Cari lettori, condividiamo per conoscenza il seguente articolo, pubblicato sul numero di dicembre de La Voce di Cornate d’Adda (https://issuu.com/comune.cornate/docs/la_voce_2021_12?fbclid=IwAR01K9hhh7z6mbbHiYqjtTIMCGhwW2yMG-pdSMUt2GnYExqf5fpXE_EZhBk) e a firma del nostro segretario Filippo Mauri, che riprende nuovamente l’argomento delle figure dantesche presenti nel Giudizio Universale della chiesa di S. Giuseppe a Porto d’Adda.

Un filo esile e sottile, quasi invisibile, eppure colorato e prezioso unisce Cornate d’Adda e la Commedia dantesca: gli affreschi della chiesa di S. Giuseppe a Porto d’Adda, realizzati da Vanni Rossi, ed in particolare la sezione infernale del Giudizio Universale. Nel settecentesimo anniversario della morte del Sommo poeta, la Pro Loco ha voluto dedicare ampio spazio a questo legame, appoggiando e favorendo la scrittura e la stampa di un breve libretto, Suggestioni dantesche – I richiami alla Divina Commedia nel Giudizio Universale di Vanni Rossi a Porto d’Adda, composto da chi scrive e arricchito dalle fotografie di Giorgio Maretti.

Molto si potrebbe dire e scrivere sull’argomento, ma lo spazio obbliga qui a una selezione. Passeremo quindi in rassegna soltanto le più evocative fra le molte figure che popolano l’affresco. Per quanto sarà omesso, rimando alla lettura del volumetto, disponibile presso la biblioteca comunale e la sede della Pro Loco.

Iniziamo allora – tolto ogni indugio – con alcune fra le più celebri anime dell’Inferno dantesco. In alto a sinistra, Paolo e Francesca (1): mentre un angelo stringe minacciosamente una ciocca di capelli dell’uomo per scaraventarlo fra i dannati, un malizioso demonio nero afferra alla vita Francesca in un grottesco abbraccio, per poterla trascinare più facilmente all’inferno. Li attende il secondo cerchio, dove rimarranno in eterno; separarli sarà però impossibile: per quanto trascinati dalla bufera infernal, che mai non resta, i due rimarranno eternamente abbracciati. Più in basso, a destra, il Conte Ugolino (2) si accanisce sull’arcivescovo Ruggieri, di cui rode senza sosta il cranio sanguinolento. L’astio vendicativo del conte è tale da renderlo totalmente incurante del fatto che un diavolo nero e cornuto li ha afferrati entrambi con un cappio per condurli nella profondità demoniache. Come Paolo e Francesca, anche il conte Ugolino e l’arcivescovo Ruggieri sono destinati a trascorrere l’eternità insieme, in un abbraccio però totalmente diverso.

Alcuni dettagli potrebbero passare inosservati ad un primo sguardo. È il caso dello spazio vuoto che si apre improvvisamente sulla destra, nel contorto groviglio di volti e corpi, di dannati e demòni. Questo piccolo squarcio di cielo – o meglio, di aura sanza tempo tinta – serve a rappresentare l’ennesima pena di dantesca memoria: una lenta e vorticante pioggia di fuoco come quella ritratta flagella infatti ‘l sabbion, il terzo girone del settimo cerchio, luogo di punizione eterna dei violenti contro Dio (3). Alle volte, a sfuggire sono invece intere figure, come quella dell’anima situata poco sotto, che può forse essere identificata come quella di un’ipocrita (4). A suggerire questa interpretazione è il colore con cui l’anima è stata dipinta, un giallo caldo e dorato: nella Commedia, pesantissime cappe di piombo, dorate però all’esterno, sono indossate per l’appunto dagli ipocriti, che scontano così la loro pena nella sesta bolgia dell’ottavo cerchio. Il pennello di Vanni Rossi evoca dalla successiva bolgia dantesca anche un ladro (5): pallido e sofferente, cerca di trattenere invano la serpe velenosa che, contorcendosi, gli si è avvinghiata attorno ai polsi.

Ecco che attraverso i ladri arriviamo infine a ciò che suscita sempre maggior stupore in chi ammiri per la prima volta il Giudizio Universale di Vanni Rossi. Fra i dannati, infatti, anche Adolf Hitler (6) e Benito Mussolini (7). Se il dittatore tedesco, strozzato dalle spire di un enorme serpente, afferra a sua volta per la gola il rettile, cercando di ucciderlo – l’inferno stesso fatica a trattenere un peccatore tanto terribile –, il corrispettivo italiano spinge (o ci batte contro la testa, come sosteneva Fedele Molteni?) un pesante masso, mentre un diavolo rosso alle sue spalle alza minaccioso la frusta.

Siamo nell’estate del ’44 quando i due dittatori vengono inseriti nell’affresco: non è finita la guerra, non è finita l’occupazione tedesca, non i loro indescrivibili orrori; soprattutto, i due ancora vivono. Vanni Rossi ne fissa tuttavia anzitempo – novello Dante – la destinazione eterna. Non lo muove però un bruciante desiderio di vendetta né un odio acerbo, ma al contrario un profondo senso di amore cristiano. A testimoniarci questi sentimenti è la poesiola che scrisse sul macigno spinto da Mussolini, datata 31 agosto 1944, che recita, in conclusione:

L’animo nostro non vuol nessun a bruciar, il Buon Dio sa!!! Con immani sacrifici e disgrazie, solo armato d’un sano Ideal, compiuto s’è il “Giudizio”, nessuno potè fermare l’artista, né i dolori né il male. Tu che leggi e su questi fai il tuo giudizio, medita ben l’opra del pittor; ricorda chi per questa lottò lavorò e soffrì, perché l’umanità si ravveda, torni buona; e dal Creator non sia data cotal terribil pena.

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